Si tratta di un piccolo volume autobiografico scritto nel 2015 e nato, all’avvicinarsi del quarantesimo compleanno dell’autore, dall’esigenza di mettere per iscritto alcuni ricordi della propria vita fissando quei momenti in cui si è sentito vivo nel senso più profondo del termine, «in cui posso dire di aver vissuto», proprio come suggerisce anche il titolo del libro.
A tal proposito, l’autore racconta: «In questi 41 anni credo di aver vissuto. Ho sempre cercato nella mia vita di catturare l’attimo, di non lasciare che le cose passassero in maniera veloce. Il desiderio di scrivere questo libro è nato quasi improvvisamente e appena arrivato l’ho fatto mio. Nel giro di pochi mesi, scrivendo di getto, ho riempito un quaderno di ricordi ed esperienze. È stato come una seduta dallo psicologo. Poi però, rileggendolo, mi sono accorto che molti pezzi importanti della mia vita non li avevo per niente considerati, forse perché ero più proiettato alla fascia d’età tra i 12 e i 18 anni, periodo in cui fai esperienze e ti avvicini a scoprire la vita, ma sei tentato di rimanere fermo su ciò che hai vissuto fino a quel momento».
La particolarità di questo libro è di non essere un racconto, bensì un elenco di esperienze scritte in forma aforistica, in cui sono racchiusi alcuni episodi importanti dal punto di vista emotivo e che racchiudono un valore intrinseco importante per ciò che esprimono. Altri invece, sono più divertenti e sciocchi, apparentemente banali, ma che non sono più tali se li si rende unici.
«La cosa che mi piace pensare è sperare che chi legge il libro possa a sua volta fare un viaggio» racconta Zanini, aggiungendo: «questo è un viaggio nel mio passato, però è un passato che può essere di tutti. Non ho la pretesa di pensare di aver fatto una vita straordinaria. Vorrei far capire che, anche se una persona pensa di non vivere a causa delle difficoltà che la vita ci riserva, in realtà noi ogni giorno viviamo, e questa vita sarebbe più ricca se riuscissimo a dare più valore alle piccole cose, anche se si tratta di un semplice abbraccio o di un saluto».
Presto potremo godere di un nuovo lavoro di Zanini. Infatti, proprio come rivelato dallo stesso autore, è in progetto un nuovo libro anche se la scelta del tema non è ancora chiara, poiché afferma: «sono combattuto dallo scrivere un libro sull’esperienza che sto vivendo adesso, ovvero quella di essere padre, oppure fermare un attimo il tempo e recuperare non ricordi personali, ma momenti che io, come l’intera generazione degli anni ottanta, abbiamo vissuto, poiché come sostengono anche i sociologi, in questo momento storico non abbiamo una grande prospettiva del futuro e tendiamo a guardarci un po’ indietro. Per questo motivo vorrei cercare di recuperare quei momenti che la società ci fa inevitabilmente perdere».
]]>Il volume realizzato è un vero e proprio dizionario del dialetto nocese, contenente circa 5000 parole tra vocaboli, verbi e riferimenti a modi di dire propriamente nocesi, arricchite da immagini del passato ritraenti scene di vita quotidiana nelle nostre belle campagne.
Le parole riportate nel libro sono frutto di uno studio sul campo, a diretto contatto con persone che ancora parlano quasi esclusivamente il dialetto e dalle quali l’autore ha attinto i vocaboli, riportati poi nel dizionario così come si pronunciano, suscitando però qualche disaccordo tra il pubblico.
«Ci sono voluti 16 anni di lavoro, tutti racchiusi in questo libro. È stata una sfida con me stesso per constatare se fossi stato davvero capace di portare a termine questo lavoro. Spero che i giovani possano trarne profitto e capire davvero chi siamo» ha raccontato l’autore.
Infatti, il libro è stato scritto proprio per le nuove generazioni che non conoscono il dialetto, specie alcuni termini oramai in disuso. Perciò, partendo dalla convinzione che il dialetto rappresenta le nostre radici, la nostra carta d’identità, Scipione Laera ha voluto trasmetterlo ai giovani, affinché diventino loro i nuovi possessori di questa grande identità, altrimenti destinata a svanire per sempre.
]]>L’opera presentata al pubblico si compone di 36 liriche, che affondano le loro radici nell’esperienza missionaria di Di Tano in Albania nel 2009. Un’esperienza che lo ha portato a contatto con una realtà diversa e che inevitabilmente lo ha condotto ad una profonda riflessione. Un’esperienza che ha permesso allo scrittore di comprendere la vera felicità, che risiede nel dono e che l’uomo contemporaneo spesso non riesce ad afferrare, rifugiato com’è in se stesso, capace di ascoltare soltanto l’eco dei propri pensieri e di ripetere ossessivamente “io”. L’ “IO” che Giuseppe Di Tano mette su carta è un “IO” diverso, che si nutre di essenza e non di apparenza, che concepisce la grandezza della vita e la fragilità della stessa, che percepisce il vuoto e che cerca di riempirlo con una tensione verso Dio.
Il libro presentato è un viaggio verso una terra inesplorata, costellato di ostacoli e successi, solitudini e amori, perdite e ritrovamenti. È un viaggio nel silenzio, in cui si ode soltanto la voce dell’anima, la voce della natura, la voce di Dio. È un viaggio verso il senso della vita, che si trova al termine della strada. Un senso che è fatto, spiega Di Tano, di amore fraterno, di pace e di capacità di amare.
Le liriche dell’autore offrono tantissimi spunti di riflessione, sui temi della paura, della lontananza, della solitudine, della ricerca, del rapporto con la natura che apre al rapporto con Dio. Temi in merito ai quali, i relatori presenti, offrono la loro visione, puntuale ed illuminate. E così, ad esempio, il prof. Gallo propone l’analisi della significativa dicotomia tra l’“uomo di superficie”, definito tale dal prof. Vittorino Andreoli e il “profondo IO” di Di Tano. Da una parte l’esteriorità, l’apparenza e il vuoto di sostanza, dall’altro il singolo che valorizza il cuore, che ha dentro di sé la sua felicità e la sua essenza.
È infatti un singolo il protagonista del libro, che è solo ma che sfrutta la solitudine per trovarsi. L’opera stessa presenta come dedica “a chi è solo”. La solitudine, osserva padre Cassano, consente l’incontro, del solo con il solo. Egli ritiene, infatti, che la fede possa essere intesa come farmaco per la solitudine, ma non perché l’annulli ma perché consente di trovare Dio ed una volta trovato non ci sentirà mai più “uno”. Sulla stessa scia il prof. Abbruzzi sottolinea, tra le altre cose, come questo senso di ricerca, di valore da trovare, di tensione verso sé e quindi verso l’altro e verso Dio, sia esemplificato nella lirica “Incognita” di Giuseppe Di Tano.
Proprio la ricerca è la molla per il viaggio, di cui Di Tano fa il suo resoconto tra le pagine della sua prima fatica letteraria. Un viaggio che, conclude l’autore, ciascuno di noi dovrebbe fare almeno una volta nella propria vita. Per quanto paradossale, questo viaggio si può compiere solo fermandosi ed è ciò che l’uomo del XXI secolo non riesce più a fare. Il mondo ci vuole rapidi, ci vuole di corsa e sempre in orario e anche noi pretendiamo di essere veloci, in modo che qualcuno ricordi il rumore del nostro passaggio. Anarchica erranza di chi ha perso il senso, la direzione, la strada.
È per questo che Giuseppe Di Tano propone un percorso di riscoperta, che ci faccia tornare ad essere semplicemente uomini, non robot o bestie. L’autore è ben consapevole della complessità dell’invito che il suo libro rivolge e commenta “la mia è un’utopia”. Eppure, il primo passo per avere un mondo migliore è progettarlo. E per quanto chimerico Giuseppe ha scelto di crederci, perché, conclude citando Pessoa: “ho in me tutti i sogni del mondo”.
]]>Si tratta di un romanzo teneramente drammatico, scritto in prima persona e nato dalla presa di coscienza di una dura realtà, ossia quella di numerosi giovani alcolisti abbandonati a se stessi. Infatti, il libro racconta la storia di un uomo che, dopo aver perso il posto di lavoro, per orgoglio e amarezza non chiede aiuto, bensì si rifugia nell’alcool, senza però rendersi conto che, così facendo, distruggerà se stesso e tutto ciò che lo circonda, compresa la sua famiglia, cadendo nel profondo baratro della solitudine e della sofferenza.
All’incontro, moderato dall’editore Alessandro Labonia, hanno preso parte oltre l’autrice, anche Piero Bellino, membro dell’associazione di volontariato leccese Comunità Emmanuel, che si dedica all’accoglienza e all’ascolto di persone disabili, immigrati, o affette da problemi familiari o di dipendenza, il quale come esperto in materia ha affermato: «Attraverso la lettura di questo libro si invita a riflettere ed approfondire tematiche che non avremmo mai preso in considerazione. Dà la possibilità di pensare, ragionare e dare risposte più mature»; e l’assessore alla cultura, nonché psicologa, Lorita Tinelli, la quale ha analizzato le difficoltà che ogni persona affetta da una qualsiasi dipendenza è costretta ad affrontare, come doversi confrontare ogni giorno con il marchio che la società ti ha attribuito, e ribadendo l’importanza della prevenzione, specie in quelle persone fragili, timide e chiuse che più facilmente possono essere vittime della dipendenza.
Nel corso della serata, Vito Di Lorenzo ha letto alcuni brani tratti dal libro, facendo emergere non solo le difficoltà affrontate dai protagonisti, ma anche la possibilità di scorgere un raggio di luce in fondo all’oscuro tunnel delle dipendenze dalla droga, specie dall’alcolismo. Infatti, con questo romanzo l’autrice vuole mettere in guardia la gente, soprattutto i giovani, dei rischi e della facilità di cadere nella dipendenza.
]]>Nel suo romanzo Caterina Maselli getta un lampo di luce su un fenomeno che miete tante vittime in modo ancora più pericoloso e subdolo della droga. L’obiettivo è di dare speranza a chi è scivolato in quell’oblio che è l’alcool, e di mettere in guardia giovani e meno giovani che pensano che si possa bere tanto con disinvoltura e senza il rischio di cadere nella dipendenza. La storia narrata è drammatica e vera.
L’autrice è nata e vive a Castellana Grotte. Coltiva l’hobby della fotografia, della pittura e della scrittura. Con le sue tele, ha partecipato e vinto premi in numerosi concorsi. Come scrittrice, ha all’attivo la pubblicazione del romanzo “Silenzi. Bambine spente”, edito dalla CSA Editrice, che parla di una storia vera di violenza per l’infanzia negata a bambine che hanno vissuto fino all’adolescenza in un istituto religioso.

Giovedì 1 giugno, infatti, la libreria si è trasformata in un salotto, il quale ha accolto il dottor Marino Trisolini, psichiatra specializzato in tossicodipendenze, con l’iniziativa Il tabacco e le tossicodipendenze, volto a sensibilizzare un tema sempre attuale, cercando anche di capire cosa succede quando si sviluppa una dipendenza e cosa cambia nel corpo della persona quando si entra a contatto con queste sostanze. L’evento è stato proposto in occasione della Giornata mondiale senza tabacco organizzata in tutto il mondo il 31 maggio di ogni anno, «il cui scopo è quello di incoraggiare le persone ad astenersi per almeno 24 ore dal consumo di tabacco, invitandole a smettere di fumare in via definitiva».
L’iniziativa è stata anche occasione di presentare il libro Storie di ordinaria tossicomania, scritto dallo stesso Marino Trisolini, in collaborazione con il medico chirurgo Silvana Zanasi, entrambi in servizio presso il dipartimento dipendenze patologiche della A.U.S.L di Putignano.
Nei prossimi giorni, saranno tante le iniziative proposte dalla libreria nocese come i laboratori per bambini durante la II edizione del Piccolo Festival della Parola, a Noci dall’8 al 10 giugno, e il ciclo di eventi Il Compleanno D’autore, «per festeggiare insieme il compleanno degli scrittori, facendoli conoscere attraverso le loro opere», di cui sarà protagonista, per questo primo appuntamento, George Orwell con i sui libri La fattoria degli animali e 1984.
]]>Tutti possono contribuire alla campagna donando un libro nuovo tra quelli indicati nella lista dei “desiderata”, ossia dei libri utili per incrementare la Sezione, consultabile presso la Biblioteca e sulla pagina Facebook della stessa.
L’iniziativa, avviata in concomitanza con “Il Maggio dei Libri” del Centro per il libro e la lettura, termina il 23 luglio, 50° anniversario dell’inaugurazione della Biblioteca.
Le donazioni possono essere fatte direttamente in Biblioteca. Scuole, associazioni, comitati e organismi vari possono collaborare organizzando la raccolta presso i propri aderenti.
Domenica 23 luglio la Biblioteca resterà aperta e saranno realizzati laboratori di lettura a cura dell’illustratrice Adriana Iannucci e della lettrice Ezia Liuzzi.
Per informazioni:
Biblioteca comunale di Noci (Bari) – Italy “Mons. A. Amatulli”
Via Cappuccini, 4 – 70015 NOCI (BA)
Tel. 0804977304, fax 0804942049, e-mail [email protected]
www.facebook.com/BibliotecaNoci

Il libro esce 5 anni dopo l’auto antologia dell’autore, dopo un periodo davvero proficuo e creativo, raccoglie delle poesie dialettali scelte direttamente da Mario Gabriele e si presenta con un titolo enigmatico e un sottotitolo molto interessante. Come evidenzia Giovanni Laera «il sottotitolo cetrànghele, cioè le cianfrusaglie, gli oggetti di poco conto, sembrano essere l’ennesimo tentativo di Mario di sminuire e sottovalutare il proprio lavoro. In realtà le poesie del libro sono oggetti veri e propri presenti già nel titolo. Questi oggetti, però, oggi disprezzati e dimenticati, un tempo avevano un valore molto importante, non solo per il poeta, ma per l’intera comunità di Noci. Anche se questo valore è stato perso, lo ritornano ad acquistare all’interno della poesia. E soprattutto emanano una luce, illuminano il mondo contemporaneo, proiettandolo verso un futuro di giustizia e riscatto sociale». Infatti le poesie sono un dono che Gabriele fa alla comunità, raccontato una Noci che non c’è più e che ritorna a parlare attraverso i suoi versi. La copertina è di Antonio De Grazia, il quale ha voluto rappresentare «uno sguardo nostalgico che attinge dal passato e si rivolge ai lettori del presente e del futuro».

«Mi sono molto divertito a scrivere questo libro», ha commentato, infine, Mario Gabriele. «Dal punto di vista della lingua ho ricreato l’atmosfera che una persona di solito vive quando si affaccia in una soffitta, in un ripostiglio e trova queste cianfrusaglie. Quindi un luogo scuro, polveroso e disordinato dove si trovano oggetti che un tempo erano utili e belli. Cetrànghele è la metafora della dimensione umana contemporanea, ovvero la reificazione dell’uomo. Siamo cose, è l’epoca dello scarto, l’uomo è uno scarto inutile, è merce. Il quadro è, quindi, tragico però c’è una rosa sotto il cappello. Mi riferisco alla rosa di Gerico o alla rosa del deserto che vive tutta aggrovigliata, secca e vittima del vento. Basta, però, bagnarla con un po’ d’acqua tiepida che questo groviglio fiorisce ed escono le rose. Questa rosa basta coglierla, portarla a coscienza e, nel momento in cui il reificato prende coscienza di se stesso, fiorisce».
Sabato 6 maggio prossimo quindi si scoprirà quanto la nostra comunità ha perso nel tempo, oppure quanto potrà ritrovare dalle vecchie cianfrusaglie del nostro paese donando loro un nuovo valore.
]]>L’obiettivo alla base consiste nel trasmettere l’idea di libro come veicolo di conoscenza, di educazione, di sapere, di cultura, di discussione, riflessione e confronto. Oggi più di ieri. Sì, perché in un momento storico frenetico, attento all’apparenza invece che alla sostanza e interessato alla produttività, al consumismo e all’individualismo, assurge ad imperativo il riscoprire sensazioni passate e perdute come l’odore delle pagine e l’ingiallire dei fogli con il passare del tempo. E, anche volendo stare al passo della tecnologia, l’importante resta dedicarsi alla lettura, allenando capacità interpretative, mnemoniche e fantasiose.
La città di Milano, conoscendo la rilevanza della tematica, ha organizzato (dal 19 aprile sino a questa sera), una fiera di carattere internazionale dal nome Tempo di Libri: ben 35mila metri quadrati di spazi sono stati dedicati a esposizioni classiche e moderne. Un evento quello milanese che, avvalendosi della collaborazione di scuole e di università, ha sapientemente unito cultura passata, presente e futura.
Meno di un mese manca invece per il Salone Internazionale del Libro di Torino che si terrà dal 18 al 22 maggio. La trentesima edizione conta sin da ora 310 editori che si stanno ritagliando il loro spazio all’interno di tale manifestazione famosa in tutto il mondo. Bookshop sopra ogni altra cosa, vetrine illimitate, ma anche bar, ristoranti e addirittura nursery.
La Giornata Mondiale del Libro vuole dunque celebrare il patrimonio intellettuale della civiltà e vuole festeggiare la ricchezza più vera che abbiamo ereditato.
Virginia Woolf lo aveva ben compreso: “Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine”.
]]>«Finalmente da qualche anno a questa parte possiamo parlare con orgoglio di una letteratura pugliese» ha commentato il critico letterario. «Negli anni passati la visibilità della letteratura della nostra regione era bassa e molto spesso si parlava di una Puglia letteraria invisibile sull’orizzonte nazionale. Possiamo quindi definire Mario Desiati il papà del nuovo patrimonio letterario pugliese». Lo scrittore nasce come poeta e si ispira alle tendenze e agli umori della nostra poesia mediterranea. In seguito abbraccia la prosa e la narrativa e, l’ultimo suo lavoro, è un romanzo dalla gestazione lunga e dall’accattivante copertina.
Ma cos’è Candore? È la storia del salentino Martino Bux, il quale, trasferendosi a Roma, incontra la dipendenza del mondo del porno. «Il libro diventa uno spaccato sociale perché mostra l’evoluzione tecnologica del porno e del piacere». Tale dipendenza lo muta a tal punto da guardare la realtà in maniera diversa osservando tutto con arte pornografica. Un libro, quindi, scritto molto coraggiosamente perché cerca di sdoganare l’argomento. «Molti sostengono che l’eros sta diventando la rappresentazione della nostra realtà. Qui il porno è visto come una metafora della nostra realtà, ovvero estrema solitudine e rabbia sociale. La figura del protagonista, che durante il romanzo vediamo decadere nell’inferno quotidiano del piacere, fa pensare a una nuova declinazione del personaggio novecentesco dell’inetto».
Vittorino Curci, invece, lega il suo intervento ad alcuni spezzoni tratti dal libro per far comprendere ai presenti che, nonostante il romanzo è incentrato sul tema della pornografia, non racconta argomenti altamente piccanti. «La mia prima sensazione è stata di aver letto un romanzo bello, divertente, insolito, coraggioso, ben scritto e ben strutturato nel suo impianto e nelle sue parti, nonostante la pornografia non mi ha mai interessato, sentendola molto lontana da me». Per il poeta nocese il libro presenta numerosi contrasti per non far pesare, a chi legge, l’argomento trattato. «Il titolo già ti dà l’idea del contrasto che c’è all’interno del romanzo. L’ossessione del protagonista per il mondo della pornografia è vissuto con innocenza, purezza e castità». Inoltre «il libro è altamente comico quando il protagonista parla con gli altri. E proprio questo registro tragicomico è quello che meglio si addice al racconto di questi temi. Il libro presenta un linguaggio accuratissimo e si vede che dietro c’è un bel lavoro».
Nel romanzo, infatti, c’è un lavoro di ricerca legato al mondo della pornografia, pieno di riferimenti reali e puntuali, come i vari luoghi della Roma sotterranea «dove tutto se pò fa». Una ricerca, però, che non ha appesantito l’autore nella stesura del romanzo. «È come quando dopo cena si esce già mangiato. Ho studiato l’argomento, ma sono arrivato già studiato. Il tutto fa parte della mia esperienza sul porno. Un mondo però che non percepiamo quando vediamo quel tipo di filmati». Infine, l’autore, riconferma ciò che è stato detto in precedenza. «Alcuni, comprando il libro, si aspettavano di leggere qualcosa con scene incentrate sull’argomento. Invece nel libro non c’è sesso. Non è un libro da leggere con una mano sola».
]]>