Covid-19: il racconto del nocese Maraglino, medico del Policlinico Gemelli

NOCI – La scorsa settimana abbiamo dato voce a diversi nocesi, lavoratori e studenti, che stanno vivendo l’emergenza Coronavirus lontani dal paese natio. Oggi accogliamo una nuova testimonianza, che ha un peso specifico diverso rispetto alle altre, perché ci giunge direttamente da chi è impegnato in prima linea nel combattere questa guerra. Chi scrive è Alessio Maraglino, nocese, dottore presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, il più grande ospedale della capitale. Al termine di un’estenuante giornata lavorativa, ci regala il suo tempo per raccontarci la pandemia vista dai suoi occhi, dentro un camice, distante da casa e dagli affetti più cari.

“Ho appena finito di lavorare. Ho cercato di rassicurare i pazienti, di ripetere a loro e a me stesso che andrà tutto bene. Al termine della visita non ci siamo stretti la mano e nemmeno ci siamo scambiati un sorriso, o almeno credo, perché entrambi indossavamo una mascherina ed io so che alla loro malattia si aggiungeva una nuova preoccupazione. Ci siamo salutati con un arrivederci perché, da quel momento, avremmo intrapreso un rapporto telematico, per garantire maggiore tutela del loro stato di salute e non sappiamo quando ci rivedremo.

In alcune circostanze più difficili si cerca di indurre i pazienti a programmare nuovi progetti per il futuro ed è in quell’istante che ti accorgi dei valori realmente importanti per la vita perché tutti parlano della loro famiglia, dei loro affetti, dei loro interessi. Ma questa circostanza è diversa perché non sappiamo cosa accadrà, dobbiamo attendere, avendo il coraggio di affrontare ogni circostanza, nonostante l’incertezza.

Torno a casa ed osservo mio padre che, prima della quarantena, aveva deciso di farmi una sorpresa ed era venuto a Roma per trascorrere un fine settimana ed ora mi è rimasto accanto. Lo osservo perché siede sul divano in attesa e comprendo quanto la sua sia un’attesa immobile, mentre io, come sanitario, mi sento meno inerme di fronte a questa situazione surreale, sebbene sia più a rischio di contagio. In poche parole, io ho ancora la possibilità, in altro modo, di continuare a porgere la mano al prossimo.

Al risveglio, inoltre, ogni mattina, telefono alla mia ragazza che non vedo da due mesi perché vive a Londra ed è medico lì e le descrivo tutte quelle circostanze a cui ancora non riesco proprio ad abituarmi, come, ad esempio, anche fare la spesa in supermercato sia  diventato un cerimoniale: tutti con la mascherina, lontani gli uni dagli altri, in attesa di entrare, poi i guanti ed infine ciascuno che compra con fare precipitoso in un silenzio assordante, nessun bambino che piange o che corre.

I miei amici e la mia famiglia non li vedo praticamente da Natale perché due settimane fa ho scelto di non tornare a casa, nel timore di essere un untore, considerato il mio lavoro. Li sento al telefono e ripeto loro che mi mancano e che, non appena possibile, ci rivedremo. Poi chiedo della mia cuginetta, dei suoi progressi, di come trascorre il suo tempo, di quanto sia felice perché non vada a scuola. I bambini, infatti, nella loro semplicità cercano sempre di trarre del positivo da ogni circostanza. Credo davvero che questo tempo lo si possa utilizzare per ‘stare un po’ da soli e per capire a chi dedicare le nostre giornate’ e mi auguro, con tutto il  cuore, che ciascuno continui a fare progetti, pensare al proprio matrimonio, aspettare un figlio, desiderare di volersi confrontare con il prossimo, senza timore.

Auguro a tutti noi di vivere le criticità attuali come un’attesa della rivalsa perché, fortunatamente, nonostante il dolore, la vita continua a riservarci la bellezza di poter superare il passato e sfruttarlo, per intraprendere una nuova strada per il futuro. Restiamo uniti, continuiamo a mantenere la testa alta, anche con la mascherina, e cerchiamo di non vedere il nostro vicino come un potenziale nemico perché quel vicino potrebbe essere la stessa persona che potremmo incontrare, con un camice, in un momento di malattia o potrebbe essere colui che, nonostante il rischio, continui ad assicurarci il cibo in casa. Restiamo fratelli, fratelli d’Italia”.

Leave a Reply

Your email address will not be published.